Chi ha paura del lupo cattivo? ...Cattivo? Ma il lupo è poi così cattivo?
In natura, è un predatore forse tra i più organizzati e meno feroce.
Il lupo è un simbolo potente e doppio: predatore notturno e guida saggia e protettiva. Unisce forza e libertà dello spirito selvaggio istintivo con una leale cooperazione, fedeltà e appartenenza, protezione del branco da pericoli, caos e mistero della notte buia (Ombra).
La sua demonizzazione è dovuta alla chiesa cattolica e a San Francesco, che addomesticò il lupo di Gubbio, facendone simbolo di riconciliazione e conversione dell'aggressività tramite l'amore. Pure se, fin dalla Grecia antica, dove si confinavano per sempre gli uomini che si credevano affetti da Licantropia, l’idea di affinità tra lupo e demonio era già presente in diverse culture. A tutt’oggi la Licantropia è forma di pazzia per cui un soggetto si abbandona al desiderio irrefrenabile di urlare, mordere, nascondersi in luoghi solitari, alla stregua di un lupo. Il Medioevo, fu tutto un fiorire di leggende sui ‘lupi mannari’, soprattutto nelle regioni germaniche, e sui cosiddetti ‘Versipelle’ nelle popolazioni latine. Creature demoniache dotate di una sottopelle di pelo di lupo, pronta all’occorrenza a sfoderarsi e far assumere all’essere l’aspetto di un animale mostruoso. Bruciare la pelle animale sfilata di notte dal principe/ssa incantato/a è mitema assai frequente nelle fiabe.
Tuttavia, la Lupa dell’Antica Roma, città eterna, allatta Romolo e Remo, simbolo per eccellenza di maternità, nutrimento e protezione, radicato alle origini stesse della città. E tra i Nativi Americani, infatti, il lupo è guida spirituale, maestro di saggezza, lealtà e insegnamenti alla base della comunità. Nella mitologia Norrena, Odino (Allfather - Padre di tutti), dio di saggezza, guerra, poesia e magia, brandisce la lancia magica Gungnir ed è accompagnato dai lupi Geri e Freki e dai corvi Huginn e Muninn. In antiche leggende del Nord Europa esso incarna la luce primordiale, è l’animale che vede nella notte, i cui occhi si illuminano nel buio. Una leggenda scandinava narra del gigantesco lupo bianco Fenrir, incatenato dagli dei nove volte, che è sempre riuscito a liberarsi, finché Odino non usò una catena fabbricata da un elfo di terra, che lo aggiogò per sempre. Fenrir, nato da dei, giganti e regina morti, rappresenta la forza distruttiva, ma anche il cambiamento.
In Siberia il lupo è associato a forza e fecondità. Per i Mongoli è antenato di Gengis Kan. In astrologia, il lupo è influenzato da Marte e Saturno. La contiguità lupo - arte della guerra è presente pure nell’antico Egitto: dio delle necropoli e dei morti, Anubis veniva raffigurato con testa di lupo e vesti guerriere; tuttavia, potrebbe trattarsi di sciacallo, per la sua attitudine a cibarsi esclusivamente di carogne. In Etiopia c’è una curiosa leggenda sui Theas, una razza di lupi la cui corsa somiglia più a un volo. Al solstizio d’inverno, il loro pelame fulvo è foltissimo, mentre a quello d’estate il loro corpo ne è completamente privo.
Tornando da noi, la Chiesa ha un vecchio (e ingiustificato) conto in sospeso con il lupo, alimentato perlopiù da leggende con immagini nefaste associate a demoni e streghe. Tale spauracchio persiste a tutt’oggi e non è escluso che a seguito di tale imprinting culturale, possa scatenare bizzarre reazioni su taluni meccanismi mentali di certe personalità. Questo, a sua volta, può aver rafforzato la convinzione collettiva che il lupo fosse portatore sano di malignità, alimentando la credenza che fosse tramite del diavolo.
L’appurata ambivalenza simbolica del lupo è, perciò pure nelle
Fiabe di Magia. Se i lupi di Cappuccetto Rosso (nei Grimm c’è pure quello in
appendice che viene sconfitto dalle due femmine da sole, senza cacciatori né
taglialegna) finiscono male, perché cattivi, ne La favola del Principe Ivan, dell’uccello di fuoco e del lupo grigio (Fiabe
Russe di A. Afanasyev) il lupo grigio è un aiutante
magico. Tuttavia, il lupo “cattivo” (perché da integrare in
Sè) di Cappuccetto Rosso le dà la possibilità d’incontrare
i piaceri del bosco “vivo”, non incantato, bellezza “fuori” sentiero:
"Guarda un po' quanti bei fiori ci sono nel bosco,
Cappuccetto Rosso; perché‚ non ti guardi attorno? Credo che tu non senta
neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne stai tutta seria come se
andassi attraverso gli alberi, e tutto intorno pieno di bei fiori, pensò: Se
porto alla nonna un mazzo di fiori, le farà piacere; è così presto che arrivo
ancora in tempo. E corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto
uno, credeva che più in là ce ne fosse uno ancora più bello, correva lì e così
si addentrava sempre più nel bosco.”
In
tale rappresentazione c’è l’attrazione / repulsione di un inconscio parallelo
fatto di eccitazione, violenza e ansia (Bettelheim). La strada nel bosco è
bellezza, pericolo e dovere: conflitto tra principio di piacere e principio di
realtà (in altre versioni via degli aghi o via degli spilli).
Dagli errori (regressione) si può risorgere (rinascita) a un livello superiore
di coscienza (maturità). C’è poi da dire che se il mantello rosso,
regalatole dal nonno nel giorno del suo battesimo, salva il prodromo di
Cappuccetto Rosso, versione Grimm, di Egberto da Liegi (1023), chi regalerebbe
una tale mantella, così non mimetica, a una bimba destinata ad attraversare il
bosco con tante raccomandazioni, eccetto quella di stare attenta ai lupi?
Parrebbe una sfida ad incontrarli. Il lupo risveglia l’audacia di vivere in
tutti i “sensi”, poiché affrontando la paura del lupo si può esperire
pienamente lo sconosciuto selvaggio, sotto la protezione del cacciatore (Brasey
& Debailleul). Trasgredire è pericoloso, ma necessario per interiorizzare
l’utilità di regole scelte e non accettate acriticamente per solo dovere.
L’eroe delle fiabe è attento alla sua realtà e a ciò che determinerà la sua esperienza. Mutando l’attenzione, muta l’esperienza. Un’attenzione ispirata può generare migliori realtà. Perciò, una prima chiave è: ricettività, apertura e duplice attenzione (retta via + scorciatoia); una seconda: intimità con il selvaggio pericoloso (thanatos) per confrontare differenze (mostruosità) tra il selvaggio della vecchiaia e il selvaggio dell’animalità (Eros), fino a esserne inghiottiti per rinascere (parto cesareo, invidia di gravidanza del maschile?) dal buio, autentici e trasformati, grazie all’aiuto del cacciatore interessato alla pelle del lupo (animalità controllata e gestita).
Gestire il lupo che è in noi, protegge la nostra parte innocente (la bimba di Egberto: “non danneggiate questa tunica che mi diede mio nonno quando mi portò alla fonte. E dio loro creatore calmò le loro anime selvagge”), create entrambe da Dio.
Ne La finta nonna di Calvino, la bimba, senza cappuccio rosso, va a letto con l’orca pelosa che cerca di farle mangiare la nonna, ma lei la sconfigge con l’astuzia. L’istinto predatore confonde maschile e femminile. In altre versioni, il lupo le fa mangiare la carne (corpo) e bere il sangue della nonna comunione e “pasto totemico” primordiale.
Cacciatori e taglialegna si sono aggiunti dopo.
Nella favola di Perrault si specifica che:
Il Lupo, vistala entrare, le disse, nascondendosi
sotto le coperte: "Posa la stiacciata e il vasetto di burro sulla madia e
vieni a letto con me". Cappuccetto Rosso si spogliò ed entrò nel letto,
dove ebbe una gran sorpresa nel vedere com'era fatta la sua nonna, quando era
tutta spogliata.
Il che erotizza la storia
per aprire alla morale conclusiva. Ciò aprirebbe pure alla simbologia del rosso
menarca, alla sessualità e ai significati storici della mantella rossa, ma quel
lupo è solo l’incipit di tutta un’altra storia, più specifica.
Il
lupo “grigio” di Ivan (equilibrio, neutralità, saggezza, compromesso; a
metà tra bianco e nero, è assenza di estremi, riflessione e sobrietà, ma pure
prudenza, incertezza, malinconia) non è nero (acromatico con luminosità nulla,
in occidente è associato a lutto, mistero, buio e
fine) e ne è mentore, nonché guaritore. Ivan è il minore di tre
figli partiti alla ricerca dell’uccello di fuoco che stabilirà l’erede al
trono; è l’unico ad avergli strappato una penna, ma lo zar padre, inizialmente
lo trattiene, perché teme di morire lasciando il trono vacante. Quando, va con
la benedizione del padre incontra il lupo grigio:
E
in mezzo a un campo c’era un pilastro, e sul pilastro erano scritte queste
parole:
– Chi andrà dritto avrà
fame e freddo, chi andrà a destra sarà sano e salvo ma il suo cavallo morirà,
chi andrà a sinistra sarà ucciso ma il suo cavallo resterà sano e salvo -. Letta quell’iscrizione il
principe Ivan andò a destra, pensando che se anche il suo cavallo avesse
trovato la morte, lui sarebbe rimasto vivo, e col tempo ne avrebbe trovato un
altro. Andò avanti un giorno, e un altro, e il terzo, ed ecco venirgli incontro
improvvisamente un grossissimo lupo grigio, che disse: – Ah, sei tu,
giovanotto, principe Ivan! Non hai letto cos’era scritto sul pilastro, che il
tuo cavallo sarebbe morto; allora perché sei venuto qua? – Pronunziate che
ebbe quelle parole, il lupo sbranò il cavallo di Ivan e corse via da una parte.
Il principe
Ivan rimase tutto afflitto per il suo cavallo, pianse amaramente e proseguì a
piedi. Camminò tutto il giorno e si stancò in modo indicibile; stava proprio
per sedersi a riposare quando d’un tratto lo raggiunse il lupo grigio, che gli
disse: – Mi dispiace, principe Ivan, che tu ti sia estenuato andando a
piedi, sono spiacente anche di aver mangiato il tuo buon cavallo. Ebbene!
Siediti su di me, sul lupo grigio, e dimmi dove vuoi che ti porti e perché
-. Il principe disse al lupo grigio dove doveva andare, e il lupo galoppò
con lui più d’un cavallo; […]
Il
lupo non solo dice a Ivan dove e come, ma ne rimedia pure gli errori,
sostituendosi a lui, fino a che egli non trova tutto quel che cerca. Il giovane
e stenta a divenire adulto e alla fine:
“Giunti che furono al luogo dove il lupo grigio aveva
sbranato il cavallo del principe Ivan, il lupo si fermò e disse: “Ebbene,
principe Ivan t’ho servito con gran fede e lealtà. Eccoci nello stesso punto
dove io sbranai il tuo cavallo. T’ho riportato qui. Scendi dalla mia groppa,
dal lupo grigio; adesso hai il cavallo dalla criniera d’oro, balzagli in sella
e va’ dove ti occorre; io non son più tuo servo”. Pronunziò queste parole e
corse via da un lato; allora il principe Ivan pianse amaramente per il lupo
grigio, poi riprese la sua strada insieme alla bella principessa. […] In quel frattempo, i fratelli
del principe, dopo aver viaggiato per diversi stati senza riuscire a trovare
l’uccello di fuoco, se ne tornavano nella loro patria, a mani vuote; per caso
passarono vicino al loro fratello che giaceva addormentato accanto alla bella
principessa Elena. Vedendo sull’erba il cavallo dalla criniera d’oro, e
l’uccello di fuoco nella gabbia d’oro, ne ebbero si gran tentazione che
pensarono d’uccidere il loro fratello Ivan. Il principe Dimitrij snudò la
spada, sgozzò il principe Ivan e lo fece a pezzettini; (…) Allora il principe
Dimitrij mise la spada al cuore della bella principessa Elena e disse:
“Ascolta, adesso sei nelle nostre mani; noi ti porteremo da nostro padre lo zar
e tu digli che ti abbiamo conquistata noi, e anche l’uccello di fuoco, e il
cavallo dalla criniera d’oro. Se non dirai questo ti mettiamo subito a morte!”
Spaventata da morire, la principessa promise e giurò su tutti i santi che
avrebbe parlato come loro le dicevano. (…) Il principe Ivan giacque morto in
quel luogo tredici giorni precisi, e al tredicesimo accorse a lui il lupo
grigio, che dall’odore riconobbe il principe Ivan. Voleva aiutarlo, farlo
resuscitare, ma non sapeva come si faceva. (…) Ascolta, Corvo Corvonic - disse
il lupo grigio, - io non toccherò il tuo bambino e lo lascerò sano e salvo
quando tu m’avrai reso un servigio: vola ai confini del mondo, nell’ultimo dei
reami, e portami l’acqua della morte e della vita”. (…) Il terzo giorno il
corvo tornò, portando con sé due boccette: in una c’era l’acqua della vita,
nell’altra l’acqua della morte; e le diede al lupo grigio. Il lupo prese le boccette,
fece in due pezzi il corvicino, lo spruzzò con l’acqua della vita, e il
corvicino starnazzò e volò via. Poi il lupo asperse il principe Ivan con
l’acqua della morte, e il suo corpo tornò a saldarsi; spruzzò l’acqua della
vita e il principe Ivan s’alzò e disse: “Ah, quanto ho dormito!” (…) Il
principe Ivan entrò nelle sale, e non appena Elena la Bella lo scorse saltò su
da tavola, e cominciò a baciarlo sulle labbra zuccherine esclamando: “Ecco il
principe Ivan, questo è il mio adorato sposo e non quel perfido che siede a
tavola!” Allora lo zar Vyslav Andronovic si alzò dal suo posto e cominciò a
interrogare la bella principessa Elena sul significato delle sue parole: di
cosa parlava? Elena la Bella gli raccontò tutta la verità vera, il come e il quando;
(…) Lo zar Vyslav s’infuriò terribilmente contro i principi Dimitrij e Vasilij
e li mise in prigione; allora il principe Ivan sposò la bella principessa Elena
e vissero d’amore e d’accordo, tanto che non potevano stare un solo minuto uno
senza l’altra.
Entrambi
questi lupi sono potenze importanti e utili all’iniziazione dei due
protagonisti, se pur con modalità assai differenti. Uno, è tentazione erotico
trasgressiva, l’altro causa istigatrice e poi senso di colpa iperprotettivo. Il
lieto fine di Ivan non è proprio garanzia di raggiunta maturità, ma tant’è.
Cappuccetto Rosso invece si libera di un secondo lupo, solo con l’aiuto della
nonna, senza cacciatore.
L'archetipo del lupo è paradosso dell'inconscio collettivo, poiché incarna libertà selvatica, istinto primordiale e lealtà assoluta al branco, ma al tempo stesso simboleggia pericolo, crudeltà e paura dell'ignoto o del lato oscuro dell'essere umano.
Lo spirito indomabile del lupo è in chi sa camminare da solo, guidato dalla propria forza interiore, ma pure nel forte senso di appartenenza in protezione, fedeltà e cooperazione. Nella tradizione più cristiana che fiabesca, il lupo è soprattutto predatore, inganno, male, ma che abbiamo visto può avere comunque funzione utile (Cappuccetto Rosso). Oltre al lupo grigio di Ivan esistono altri mitemi fiabeschi di lupo. Quello de I tre porcellini, Il lupo e i sette capretti (Grimm) Il lupo (in Fiabe mantovane di I. Visentini – 1879) o Le tre casette (Fiabe italiane di I. Calvino), et. che mostra un lupo affamato un po’ astuto (sempre istigatore di crescita emancipante) e un po’ tonto, non come Il lupo imbecille (motivo o variante narrativa di alcune fiabe tradizionali russe raccolte da A. Afanas'ev, citata nell'analisi del celebre caso clinico l'"Uomo dei lupi" di S. Freud) che rappresenta la figura grottesca, paurosa e ingenua del predatore che finisce per soccombere.
In sostanza, il lupo parrebbe indispensabile a sviluppo ed educazione, in quanto parte selvaggia e istintiva della psiche, che non va eliminata, bensì compresa e integrata.
Il lupo nella psicologia junghiana funge da potente immagine dell'Ombra: istinti repressi, aggressivi o non civilizzati, impulsi, desideri e paure che la mente cosciente, o la società, rifiutano e reprimono, e che l'individuo deve integrare. Integrare il lupo significa addomesticarne potenza vitale e capacità di sopravvivenza (salute fisica) biologiche e simboliche. Addomesticare e domare evocano casa (domus): convivere con l’energia ANIMAle ne attiva la potenza a buon fine. La fame “da lupi” è pure fame emotiva, "fame di vita" che l'io cosciente nega a se stesso.
L'analista
junghiana e cantadora Clarissa Pinkola Estés rivoluziona (Donne che
corrono coi lupi 1989) l’immagine culturale e clinica del lupo, ossia cessa
di essere minaccia per diventare il simbolo della salute psichica. In
particolare, l'autrice individua affinità tra donne e lupi sani (acuta sensibilità,
spirito giocoso, devozione al gruppo e spiccata capacità di adattamento). Entrambi
storicamente perseguitati, storpiati e accusati ingiustamente di essere troppo
aggressivi e voraci, da chi voleva "ripulire i territori selvaggi della
psiche". Nel mito della Loba (lupa) analizzato nel libro, una
vecchia raccoglie le ossa dei lupi nel deserto e, cantandoci sopra, restituisce
loro carne, pelliccia e vita. Al momento di correre via libera, la lupa si
trasforma in una donna che ride. Ciò
rappresenterebbe il recupero dell'anima: quando una persona si sente spenta,
sottomessa o priva di creatività (la donna "travestita" o civilizzata
a forza), deve scendere nel proprio deserto interiore per ritrovare i pezzi
della propria natura istintiva ed esprimersi liberamente.
Lo psicologo Bruno Bettelheim analizza il lupo (Il mondo incantato, 1976) attraverso una lente puramente freudiana e clinica.
Nelle fiabe tradizionali come Cappuccetto Rosso o I tre porcellini, il lupo diventa la personificazione delle spinte più primitive, distruttive e asociali della psiche umana. Bettelheim focalizza due ruoli psicologici interpretati dal lupo: Principio di Piacere ed Es; seduzione e conflitto edipico.
In Freud, l'Es è la parte inconscia dominata dagli impulsi biologici, dalla fame insaziabile e dalla ricerca del piacere immediato. Il lupo è la metafora di questo stato primordiale. I primi due porcellini soccombono, perché cedono al principio del piacere (case fragili per far prima e andare a giocare); solo il terzo, che domina l'Es con il Principio di Realtà (fatica e lungimiranza), sconfigge il lupo.
Bettelheim sottolinea che il bambino riconosce in di sé la propria pulsione orale (desiderio rabbioso di "divorare", possedere). La sconfitta del lupo lo rassicura sul fatto che la forza del proprio io cosciente può dominare le forze asociali interiori.
Nei cappuccetti rossi di Perrault e dei Grimm, il lupo non è solo un animale affamato del bosco, ma assume tratti umani, maschili e seduttivi.
Per Bettelheim, la fiaba descrive i processi interiori di pubertà e dell'adolescenza.
Il lupo è il seduttore esterno, ma rispecchia la curiosità e la tentazione sessuale che la stessa Cappuccetto Rosso prova dentro di sé. Bettelheim scrive esplicitamente: «Se non ci fosse qualcosa in noi che prova attrazione per il grosso lupo cattivo, egli non avrebbe nessun potere su di noi».
Per la psicoanalisi infantile, il bimbo ha sentimenti ambivalenti e contraddittori verso i genitori. In Cappuccetto Rosso, un padre non c’è. L'inconscio scinde tale figura maschile in due opposti: il padre minaccioso, predatore ed edipico, associato ai pericoli della sessualità adulta e violenta; e il cacciatore, padre positivo che protegge e salva, ristabilendo l'ordine e difende la bambina dalle sue stesse pulsioni autodistruttive. Bettelheim difende a spada tratta la versione dei Fratelli Grimm, in cui la bambina e la nonna vengono estratte vive dalla pancia del lupo, da quella di Perrault in cui Cappuccetto Rosso muore. Il parto simbolico della versione dei Grimm rappresenta la rinascita emotiva: la bimba perde l’ingenuità infantile (trauma), affronta i pericoli della propria natura e del mondo, e risuscita dal ventre del lupo trasformata in giovane adulta più saggia, consapevole e matura.
Marie-Louise von Franz, la più importante allieva e collaboratrice di Carl Gustav Jung, ha dedicato gran parte della sua vita allo studio psicologico delle fiabe.
Nel suo approccio analitico, ribalta la prospettiva di Bettelheim: il lupo è un demone archetipico (gr. daimon) o incarnazione dell'Ombra collettiva, forza numinosa con specifica saggezza biologica e spirituale. Per lei, nelle fiabe, i personaggi umani rappresentano le strutture coscienti (l'io), mentre gli animali incarnano le spinte dell'inconscio primordiale. Il lupo sarebbe una regressione agli istinti più arcaici e non integrati.
Per von Franz, il lupo che divora nonna, capretti o altro, simboleggia l'Io cosciente inghiottito e sopraffatto da emozioni violente (rabbia acuta, gelosia distruttiva, fame affettiva). Lei spiega che il bambino, come l'umanità primitiva, all’inizio non tollera la complessità di una persona che ha sia lati buoni che cattivi.
Perciò la psiche fiabesca scinde la realtà: da un lato c'è la madre buona o la nonna indifesa, dall'altro c'è il lupo predatore. Quando viene tagliata la pancia del lupo e vengono messe delle pietre, non si tratta di una semplice punizione morale, ma un vero e proprio processo alchemico di trasformazione. Essere inghiottiti dal lupo corrisponde alla fase alchemica di Nigredo (oscurità, depressione, crollo psicologico); restare vivi lì significa che il trauma non distrugge l'anima, ma la costringe a incubare una nuova forma di consapevolezza. Sostituire le vittime con pietre significa dare un peso, un limite e una forma fissa all'istinto selvaggio.
La pietra rappresenta stabilità, solidità psicologica, il Sé di Jung (centro della psiche). Riempire il lupo di pietre significa renderlo gestibile. Quando il lupo con le pietre in pancia cade nel pozzo e annega, l'istinto distruttivo torna all'acqua (inconscio profondo), ma purificato.
L'energia primordiale è stata trasformata. Von Franz nota come in
molte fiabe est-europee o russe (Il princie Ivan, l'uccello di fuoco e il
lupo grigio), il lupo non è cattivo, ma anzi è l'aiutante magico dell’eroe,
istinto che sa che fare. Questo perché Ivan, a differenza che in
Cappuccetto Rosso, non fugge e non cerca di uccidere il lupo; lo rispetta e ne
accetta l'aiuto. La von Franz dimostra che l'Ombra, se ascoltata e integrata,
si trasforma nel più grande alleato dell'individuo: dona astuzia, forza vitale
e intuizione, per sopravvivere dove la mente razionale fallirebbe.
In
conclusione, queste sono solo alcune delle interpretazioni possibili.
L’archetipo del lupo, in quanto archetipo (e FiabArchetipo), ossia
struttura universale dell’inconscio collettivo, è immagine che diventa simbolo
di significati profondi che esulano dalla comprensione logica.
Alla fin
fine le concezioni di archetipo sono interpretazioni soggettive che variano nel
tempo e nello spazio (biografia, luogo, cultura). Il che vuol dire che ognuno
deve trovare in sé la sua parte “lupo” e riconoscerla, per dialogarci e
integrarla. Può essere un lungo tragitto, ma val la pena farlo, per vivere per
sempre un po’ più felici e contenti di così.
In bocca al
lupo! 😉


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